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Corsari Anconetani Gruppo Storico Napoleonico |
I Secoli XVII e XVIII
rappresentano, sia per la Storia che per limmaginario collettivo, lepoca
doro della pirateria, praticata da avventurieri e uomini di mare senza scrupoli
dalle Antille al Mar della Cina, la cui epopea è stata riccamente celebrata, frammista di
leggenda e fantasia, da romanzieri e registi cinematografici. Anche lungo le coste
del Mediterraneo imperversarono, per secoli, i pirati barbareschi - provenienti dal nord
Africa - fino ai primi decenni del XIX Secolo. Nel linguaggio
popolare, col termine pirata si identifica il bucaniere, il filibustiere ed,
erroneamente, anche il corsaro. Per distinguere
quest ultimo dagli altri predoni del mare riporterò quanto citato dal
Guglielmotti nel suo Vocabolario marino e militare sotto la voce
Corsaro: Capitano di
bastimento privato che, in tempo di guerra, per patente lettera sovrana, scorre il mare a
suo rischio contro navi, merci e persone del nemico. Termine del diritto
privato che distingue il Corsaro dal Pirata
Altresì il
Bastimento, lEquipaggio, e lArmatore che, in tempo di guerra, forniti di
patente governativa, si mettono contro i nemici, ne guastano il commercio, molestano i
rivaggi, e costringono le armate a diversioni, a convogli, a penuria. A seguito della
sconfitta di Trafalgar (21/10/1805), per fronteggiare la supremazia britannica sui mari,
anche la Francia adottò la guerra di Corsa.
Già nel 1799, tre
corsari corsi avevano partecipato alla difesa della Piazza di Ancona. Tra i primi corsari
giunti in Adriatico, senzaltro il più famoso, fu il genovese Giuseppe Bavastro
(1760-1833), comandante dello sciabecco Masséna intitolato allomonimo generale
francese, sua amico. Il Masséna, assieme
ad altri due trabaccoli corsari fece base ad Ancona, nel novembre 1805, distinguendosi per
larrembaggio e la cattura, lun dopo laltro, di quattro legni nemici
avvenuta, nelle acque di Lissa, il 5/12/1805. Lanno seguente,
il Capitano Giacomo Carli, anconetano, comandante del corsaro Sans Peur (Senza
Paura), assalì uno sciabecco russo presso Lagosta, togliendogli la preda; successivamente
lo stesso corsaro fù affondato non prima di aver rifornito di viveri e munizioni il
presidio italiano delle Tremiti, assediato dagli inglesi. Lo stesso Carli si segnalò
ancora, nel gennaio 1807, al La squadriglia del
Passano riuscì a catturare, nel solo mese di dicembre del 1807, ben 13 navi Inglesi! Nel 1808 operarono
sulle nostre acque gli anconetani Adria e Vendicatore.
Questultimo corsaro, comandato dal tenente di fregata Contrucci, il 21 maggio fu
affondato dalla bordata di una fregata inglese proprio sotto il Monte Conero per poi
essere rimesso a galla dal suo stesso bravo capitano! Le cronache navali
dellanno 1809 fanno menzione, oltre che del citato Sans Peur del corsaro
anconetano Caffarelli (dal casato dellallora Ministro della Guerra e
della Marina del Regno dItalia?) di Capitan Cassinelli. I traffici marittimi
del Regno dItalia, già compromessi dal Blocco Continentale voluto da Napoleone nel
1806, dopo la seconda, sfortunata spedizione di Lissa del 1811, furono pressoché in
balìa della flotta inglese. Lamico, nonché
grande storico militare Dott. Piero Crociani, le cui opere sono alla base di questa mia
piccola trattazione, citando i corsari italiani al servizio dellImperatore ci
sottolinea la presenza dei vicini corsari senigalliesi: cito, uno per tutti,
il Padron Rognini che, il 28 maggio 1813, alla guida di un convoglio di ben 28 mercantili
armati, si difese strenuamente dalla fregata
inglese Bacchante presso Termoli. Sventato lattacco, costato la vita a due dei suoi
uomini, si meritò uningente gratifica governativa. L11 Luglio 1813,
durante il blocco navale di Ragusa da parte della flottiglia inglese, il corsaro
anconetano La Rèveillèe catturò, proprio nel porto della città dalmata,
una feluca avversaria. E ormai prossima
la caduta di Napoleone e la fine del Suo Regno, ma fino allultimo, sul nostro mare,
i corsari anconetani inalberano i colori italiani con la fierezza e lorgoglio
dessere gli ultimi, coraggiosi eredi, di unantica repubblica marinara.
Gli uomini e le armi Anzitutto individuiamo la provenienza o, meglio, lestrazione sociale della nostra gente di mare: marinai, pescatori, ma anche arsenalotti, portolotti, disoccupati in cerca di sbarcare il lunario. Voglio pensare,
idealmente, anche a qualche concittadino patriota. Certo, uomini questi
che, analogamente a quelli arruolati ed inquadrati nella Reale Marina Italiana erano privi
dellesperienza bellica e della professionalità dei loro avversari della
Royal Navy. Eppure, dalle scarne cronache pervenuteci, si rileva il coraggio e la perizia
dei capitani e dei loro uomini, reclutati nel Porto di Ancona e nelle località limitrofe. Concorrendo anche alla
difesa della navigazione in ausilio le batterie costiere, non era occasionale che i
corsari sbarcassero per dar man forte alle guarnigioni locali. Comunque, ciò che
più spingeva alla lotta questi mercenari del mare era la preda e la
parte di loro spettanza, determinata da appositi decreti e regolamenti: si
andava, ad esempio, dalle dodici parti spettanti al Capitano fino alla mezza spettante
al
mozzo! Un terzo del ricavato andava allErario e qualcosa restava anche per
la cassa degli invalidi di Marina. Solo per completare il
quadro rappresentativo dei corsari, accennerò al loro abbigliamento ed armamento
individuale, tralasciando e rimandando ad altra, successiva trattazione, la parte relativa
allarmamento pesante montato sui vari legni da corsa. Non possiamo parlare,
ovviamente, di una vera e propria divisa: i marinai vestivano molto casual,
diremmo oggi, e forse peggio di come ce li immaginiamo. Alcuni capi di vestiario erano
però ricorrenti: pantaloni bianchi svasati con la patta, fazzoletto o
strozzino al collo, un cappello a falde larghe di paglia destate o
dincerata, cinturone e bandoliera di cuoio. Al fianco, per molti,
la micidiale sciabola darrembaggio, sia essa dordinanza francese o di
preda bellica, oppure un sabro od un coltellaccio, magari di fabbricazione
artigianale. Alla cintola veniva
infilata od agganciata una pistola, che poteva essere tanto di fabbricazione civile che
militare. Erano preferite le armi da fuoco corte e comunque di convenienti dimensioni come
il trombone, che sparava pallettoni, anche nelle sue versioni ridotte di tromboncino o
trombino; fucili da marina, ma anche dartiglieria, di minor peso e lunghezza
rispetto a quelli allora usati dalle fanterie europee. Armi tipiche per
larrembaggio erano lalighiero, arma-attrezzo in asta, la picca, nella sua
versione ridotta per il corpo a corpo a bordo, il grappino, specie di ancorotto uncinato
usato per aggrappare e danneggiare le sartie, la micidiale ascia, simile al tomahawk
pellerossa, il pugnale e, non ultimo, linseparabile coltello, tanto a lama fissa che
a serramanico. |
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| A sin. lo Sciabecco, imbarcazione molto usata da Capitan Bavastro - a destra Stampa di inizio '800 del porto di Ancona con alcuni sciabecchi all'ancora. | |